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B2. Filosofia come modus vivendi ed esercizio intellettuale pubblico

Tra i filosofi più vicini a noi, comunemente richiamati nelle diverse pratiche filosofiche, spesso troviamo esponenti del pragmatismo, della fenomenologia, della Existenzphilosophie o dell’esistenzialismo.[1] Nella riflessione di ciascuna di queste correnti filosofiche può infatti essere rintracciata una matrice di base legata al mondo dell’esistenza concreta. Se si pensa poi che il rimando più ovvio e diffuso viene fatto di solito anche a Socrate e ad altri filosofi dell’Antichità, come ad esempio dell’ellenismo, alla caratteristica generale menzionata si aggiunge quella di un filosofare che ha le sue basi nel senso comune e che può anche prescindere da specialismi di sorta. La prospettiva d’insieme risultante, dunque, sulla scorta di tali osservazioni, è quella di una filosofia inscritta in questioni e situazioni reali, intesa come modo-di-essere nel mondo che può essere alimentato o rinnovato mediante l’esercizio intellettuale e spirituale pubblico, di natura collegiale: attività e non dottrina, prassi comunitaria al di là della ristretta esperienza di settore (produzione-comunicazione disciplinare, inclusa la divulgazione).
La dimensione del modus vivendi, come carattere originario della filosofia,[2] viene ripreso esplicitamente o implicitamente almeno da due differenti punti di vista. Il primo consiste nella rivendicazione della possibilità per tutti gli uomini di riappropriarsi in varia misura dei grandi temi della riflessione umana;[3] il secondo è quello del miglioramento del progetto di vita di ciascuno. L’uno esprime un principio estensivo nella concezione della filosofia in sé;[4] l’altro auspica un uso intensivo di essa a livello di singoli individui o di gruppi, per necessità, interesse o anche a scopo semplicemente ricreativo.

 

Note

[1] Si segue con ciò l’idea di dover collocare separatamente pensatori come Sartre, Marcel o Camus, da una parte, e Heidegger o Jaspers, dall’altra, secondo l’osservazione che per l’esistenzialista l’esistenza si risolve nel puro atto di esistere, nel confine spazio-temporale, mentre per il filosofo dell’esistenza essa è autentica solo quando venga posta di fronte alla trascendenza. (Cfr. ad esempio: G. Penzo, "Prefazione" a: K. Jaspers, La filosofia dell’esistenza, Laterza, Roma-Bari 1996, pp. V-XVI.)

[2] Si ricorda in proposito la riflessione di Pierre Hadot, storico francese di filosofia antica, che nei suoi lavori (soprattutto in: Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 1988) ha messo bene in evidenza l’uso originario preponderante, comune e diffuso della filosofia come ‘stile-di-vita’ ed ‘esercizio intellettuale’, nell’Atene di Socrate e per tutta la storia successiva della Grecia antica, soprattutto fra Stoici ed Epicurei, poi anche a Roma e nelle sue province, fra i diversi epigoni, spesso eclettici, della tarda Antichità. È con il Medioevo e l’affermarsi della Cristianità che, secondo Hadot, un certo modo di fare e concepire la filosofia è poi tramontato, nel corso del tempo, per divenire esclusivamente studio e dottrina, Comentarium raffinato, manieristico o astratto.

[3] Nel filosofare con bambini e adolescenti, in effetti, questo allargamento nella concezione del filosofare comprende non soltanto gli adulti, ma pure gli stadi di crescita e maturazione precedenti. Ciò può esser visto innanzitutto come un principio ampio di libertà, tolleranza e democrazia. (Chi è abilitato infatti a filosofare? Solo gli adulti maschi? Solo i bianchi? Solo gli europei? E così via). Ma racchiude pure l’idea che anche bambini e adolescenti si pongono domande estremamente profonde, cui probabilmente è opportuno dare spazio, per discuterne tra pari, in una comunità di pratica, mediante il confronto e lo scambio di idee (sotto la supervisione di un facilitatore), pur se rimanendo nel livello di analisi e argomentazione di una certa fase ontogenetica di sviluppo del pensiero logico o morale (cui fa da contrappunto, però, va sottolineato, la freschezza dell’ingresso nel mondo). A proposito della presunta incompletezza della capacità di filosofare di bambini e adolescenti, rivisitando una bella metafora di Vittorio Hösle, si potrebbe dire che di certo gli affreschi degli Egizi non sono meno significativi o evocativi di quelli venuti dopo la scoperta della prospettiva. (Cfr. V. Hösle, "Infanzia e filosofia", in: Nora K. e V. Hösle, Aristotele e il dinosauro, Einaudi, Torino 1999, pp. 183-214: 195.)

[4] Sunteggiato in Italia anche mediante il motto: ‘Filosofia per tutti’ (e altrove come: ‘Philosophy for all’, ‘Philosophie pour tous’, ‘Filosofia para todos’, ecc.).

 

 

Pratiche filosofiche, Vers. 2.0  © July 2005
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